La valle dell’Eden di John Steinbeck

Forse ha ragione la prestigiosa “New York Times Book Review” quando afferma che “La valle dell’Eden è il miglior romanzo di John Steinbeck (1962-1968), premio Nobel nel 1962. Certo, assieme a “Furore”, quel romanzo appartiene alla vena della grande narrazione epica dello scrittore, che raccontò i drammi, le migrazioni, le grandi crisi di povertà e fame, le epoche esaltanti e spietate dei pionieri, il mondo in divenire dell’America che stava costruendo la propria modernità. Se ”Furore” è la storia di una carestia americana, di un’epopea di disperazione, fuga di popolo migrante e “pietas”, “La valle dell’Eden” presenta il tempo della dura lavorazione di terre nuove, nella grande vallata californiana di Salinas. Agricoltori, pionieri, immaginosi imprenditori, coraggiosi o sognatori, un popolo nuovo si insediava in terre dure da avviare al loro destino di praterie rigogliose, di coltivazioni, di ricchezza a venire. Su questo sfondo epico si muove, in una evidente metafora biblica, il ritorno del racconto di Caino eAbele nel “giardino dell’Eden”: su quel calco dell’Antico Testamento (un archetipo che sfiora il mito) per due volte in pochi decenni, a cavallo fra Ottocento e Novecento, due fratelli di due generazioni successive vivono un sentimento profondo di attaccamento e gelosia, affetto e invidia, in una bipartizione drammatica – ma a volte anche intenerita – di caratteri: la mite, addolcita e sognante figura ispirata ad Abele e il sofferente, incupito, complicato e contradditorio epigono indiretto di Caino. Non a caso le iniziali dei nomi delle due coppie di fratelli evocano proprio Caino e Abele: Charles e Adam, Caleb e Aaron. La saga familiare del casato degli Hamilton e di quello dei Trask assume il tono drammatico di eventi aspri, complessi, spesso dolorosi.

C’è anche una figura tremenda, di crudele cattiveria dentro il fascino ingannevole di una femminilità quasi toccata dall’ala nera di una torva frustrazione egoistica: Cathy Ames, che farà soffrire e soffrirà. Fra tutti questi americani grezzi, nuovi, figli di migrazioni recenti,si muove, come un ago sottile della bilancia del giudizio morale, l’enigmatica, misteriosa figura del servitore cinese Lee, fedelissimo e silenzioso osservatore attentissimo degli animi umani, spesso così saggio da far credere a tutti (o quasi a tutti) che egli ancora sappia parlare soltanto con quel linguaggio gergale (“padlone volere partire domani?”) tipico dei cinesi immigrati in America verso il Novecento, mentre invece parla benissimo l’inglese e legge moltissimi libri, di nascosto. Lee sarà l’animo buono, il “sapiente” discreto venuto da fuori, il consigliere prezioso La narrazione ha ampissimo respiro, con accelerazioni di dialoghi serrati e poi allargamenti calmi, racconti di cieli, praterie, campi, strade, vita urbana. E’ un groviglio familiare che dura decenni, quello che lo scrittore svolge davanti agli occhi di lettori che si appassionano a questa lunga storia familiare che mescola tinte drammatiche e toni addolciti. Un romanzo forte, epico, avvolgente. Forse, riletto dopo molti anni, mostra la lentezza di alcuni passaggi troppo allungati, insistiti. E nella parte finale la divisione fra buoni e cattivi, seppure un poco mescolati, ha toni manichei, laddove a un certo punto i buoni sono molto, forse troppo buoni, e i cattivi troppo cattivi. Oggi un editor coraggioso e intelligente avrebbe forse il coraggio di suggerire al grande Steinbeck: “Maestro, non potrebbe tagliare un po’, snellire?….”.


Autore dell'articolo: VN