Il dottor Zivago di Boris Pasternak

Fu nell’autunno di 60 anni fa che il mondo apprese l’esistenza di un romanzo intitolato « Il dottor Zivago », scritto da un autore sovietico, Boris Pasternak. Fu infatti nel 1957, fra ottobre e novembre, che il manoscritto del romanzo, clandestinamente trafugato in occidente, fu tradotto in italiano e pubblicato da Feltrinelli. Quel libro, al di là del suo forte valore letterario intrinseco, divenne un caso clamoroso. Si tende a dimenticarlo nel mondo comunista (che tanto allora infiammava i cuori, anche generosi, del progressismo politico di sinistra qui in occidente) i libri liberi erano proibiti e gli scrittori coraggiosi perseguitati. In Unione Sovietica Boris Pasternak era considerato decadente e antirivoluzionario. Fu merito appunto di Giangiacomo Feltrinelli, editore comunista ma anche uomo libero e libertario, quello di averlo coraggiosamente pubblicato, fu demerito vergognoso quello di buona parte del partito Comunista italiano che tentò invano di bloccarne l’uscita. Si distinsero purtroppo nell’eccesso di zelo ideologico anche molti intellettuali comunisti che non vollero separare la loro appartenenza ideologica filosovietica da una valutazione libera dell’opera letteraria. C’era il pericolo, sostenevano i « compagni » (erano i tempi di Peppone…) che l’anticomunismo reazionario potesse usare il romanzo quale grimaldello per screditare la patria del « comunismo realizzato ». Un anno dopo, per quel romanzo poderoso i giudici di Stoccolma assegnarono a Boris Pasternak il premio Nobel. Lo scrittore telegrafò : « Sorpreso, incredulo, commosso, grato ». Le autorità sovietiche però obbligarono con la coercizione Pasternak a rifiutarlo.

Umiliato, osteggiato fino al disprezzo dal regime sovietico e di fatto segregato, lo scrittore morirà tre anni dopo. Nel « Dottor Zivago » non c’era nulla di antisovietico e mal si capisce l’occhiuta persecuzione operata contro lo scrittore. Forse a disturbare i censori fu il fatto che Pasternak aveva collocato, sullo sfondo degli anni tragici della rivoluzione russa, una storia di sentimenti privati, di interiorità, di sensibiltà personale. La rivoluzione non veniva nè esaltata nè condannata ma semplicemente raccontata come una bufera storica dentro la quale si sviluppava una profonda, viva, dolorosa storia d’amore. Forse tutto questo venne stoltamente giudicato decadente, antisociale. « Il dottor Zivago » è una specie di passaggio novecentesco dalla grande tradizione russa del romanzo-fiume dell’800 e ribadisce l’impasto tolstoiano fra lo sfondo civile della storia e i fili individuali scanditi dalla drammaticità inesorabile dei destini personali. Zivago è un medico-poeta scaraventato dal terremoto della Rivoluzione lontano da Mosca, su verso gli Urali, nella vastissima campagna montuosa di grandi praterie estive e di bianchi geli invernali. Sposato con la dolce Tonia, amica d’infanzia, ritrova Lara, il grande amore incompiuto della sua vita : e le vicende tragiche li fanno riabbracciare per perderli, ritrovarli, perderli… La storia è densa, minuziosa, aggrovigliata : non di facilissima lettura ma profonda e di grande fascino. In occidente poi, negli anni ’60, ebbe enorme successo la versione cinematografica del romanzo, molto emotiva ma che non rendeva piena giustizia alla complessità febbrile del romanzo, la cui prosa assume spesso accenti lirici, anche perché Pasternak fu un poeta importante e del resto Zivago, il medico molto pasternakiano protagonista del libro, scriveva poesie. Certo, lo sfondo della rivoluzione sovietica in atto emerso dal romanzo anticipa anche tutta la tragedia implicita di quel rivolgimento (e la storia successiva confermerà quella drammaticità). Ma la forza vera del romanzo, continuo a crederlo, sta nella vertiginosa rappresentazione di sentimenti, aspirazioni, vocazioni, animi e cuori dentro le tempeste vorticose della storia, della vita.

Autore dell'articolo: VN