La felicità domestica di Lev Tolstoj

Compie cento anni una celebre traduzione italiana del lungo racconto (o romanzo breve) di Lev Tolstoj, “La felicità domestica”: quella compiuta da Clemente Rebora, grande poeta italiano (1885-1957) che ebbe vita intensa, avventurosa, spiritualmente profonda. La ripubblica, nel centenario, l’editore Fazi. Rebora tradusse il romanzo nel 1918, appena 8 anni dopo la morte di Tolstoj, di cui fu grande ammiratore. Rebora, che in età matura avrà una profonda conversione spirituale e religiosa e si farà sacerdote, affermandosi poi come una delle voci più importanti della poesia italiana del ‘900, conosceva bene il russo, anche per un suo legame d’amore con una donna russa. La sua versione di “La felicità domestica” ha slanci lirici, musicalità espressive, linguaggio antico, coraggioso e immaginoso. La si potrà discutere (per taluni aspetti forse datati, o forzati) e confrontare con altre traduzioni (è in commercio una buona traduzione negli Oscar Mondadori) ma vale la pena di conoscerla per la forza lirica e di profondità che essa contiene. E soprattutto vale la pena di conoscere quest’opera giovanile di Tolstoj. Infatti lo scrittore russo aveva appena 32 anni, nel 1859, quando scrisse questa storia. Il desiderio, il miraggio, forse l’utopia di una “felicità domestica” sono una delle direttrici costanti della narrativa tolstoiana. Su questo tema e su questo rovello si fondano del resto sia la duplice vicenda sentimentale di “Anna Karenina” sia intere parti di “Guerra e Pace”. La stessa felicità domestica personale di Tolstoj, peraltro, visse alterne fortune, fra attrazione e amore per la moglie Sofia e burrasche sentimentali e litigi con la consorte. Singolare il fatto che, pur avendo vissuto Tolstoj tutta la vita con la moglie, a 83 anni egli ebbe con lei un grave litigio e se ne andò di casa fuggendo in treno (di lì a pochi giorni si ammalerà e morirà in una sperduta stazioncina ferroviaria). Nel lungo racconto di cui qui si parla è narrata la storia di Mascia, diciassettenne orfana di madre e padre, ragazza di famiglia ricca e possidente, che vive con la sorellina e una fedele governante in una sua vasta tenuta di campagna. Mascia si sente, dopo i lutti familiari, come una reclusa, nel triste inverno gelato e pieno di neve, isolata dal mondo e dalle speranze. Un amico di famiglia, parecchio più vecchio di lei e tutore attento e onesto degli interessi della ragazza e della sorella, appare a Mascia come l’unica figura maschile autorevole, sicura, cui guardare con fiducia. A poco a poco nasce, dalle due parti, un timido, lento, avvolgente innamoramento.

Seguiranno le dichiarazioni, gli eventi, il percorso dell’amore. Ci saranno le stagioni della felicità (un lungo inverno in campagna, con il gelo nevoso ai vetri e, dentro, il buon calore familiare e amoroso delle luminose e infinite sere davanti alla stufa…) ma poi anche i primi turbamenti, il desiderio di altro, di un “oltre”, di una vita più pulsante. Lasciamo come sempre la trama ai lettori. Si nota qui che per la prima e mi pare l’unica volta Tolstoj scrive in prima persona femminile, ponendosi nello sguardo e nel cuore di Mascia. L’amore, sostiene Tolstoj, è un forte sentimento che non sta fermo ma cammina, si evolve, muta. Il finale, con il suo quieto assestamento, appare come incompiuto, strano: c’è chi lo vede come un appannamento rinunciatario e chi come la saggia accettazione di un sentimento più pacato ma vero. Sembrerebbe l’abbozzo, quasi, di un romanzo più grande. Prodigioso qui, accanto alla solita forza stilistica ed espressiva di Tolstoj, è l’intervento forte e anche simbolico della natura, con le sue misteriose notti di luna, azzurrine e vellutate, cariche di odori primaverili, e poi gli assolati paesaggi estivi riarsi, fra le onde delle colline bionde di grano, e gli inverni con le grandi ville di campagna seppellite nella neve…

Autore dell'articolo: VN