La coscienza di Zeno di Italo Svevo

Il 19 dicembre 1861, nasceva Italo Svevo, il cui vero nome era Ettore Schmitz. Triestino, di giorno impiegato di banca e di notte scrittore, immerso nell’atmosfera mitteleuropea asburgica e crocevia di culture, Svevo fu appartato, discreto, tardivamente riconosciuto. Ebbe la soddisfazione di vedersi alla fine apprezzato da due grandi come James Joyce, che conobbe a Trieste, e Eugenio Montale, che nel 1925 scrisse un saggio importante su di lui. Tre anni dopo, a 67 anni, Italo Svevo morì in un incidente d’auto. Qui scelgo l’ultima delle sue tre maggiori opere (le altre sono « Una vita » e « Senilità »). Pubblicato nel 1923, irrompe come una novità nell’area narrativa italiana ed europea : vi spunta per la prima volta un sottofondo psicanalitico, vi prende posto un pessimismo dell’inadeguatezza al vivere. Zeno Cosini è un malato grave, anche se immaginario. Lui sa (o meglio lo sa il suo inconscio) che la vita è una malattia inguaribile perché è una malattia mortale. Nessuno vi scampa. Ma crede anche di essere malato davvero e ritiene che se appena avesse la forza di smettere di fumare, la sua salute tornerebbe. E così tutto il romanzo è trafitto da questo suo rovello. Ogni volta che decide di smettere chiama U.S. (Ultima Sigaretta) quella dell’addio al fumo. Ma poi ci ricasca sempre, mille volte. Questa sua impossibilità della volontà riflette il suo mal di vivere, le sue imperfezioni e goffaggini. A parlare in prima persona è lo stesso Zeno, attraverso una specie di diario scritto per il suo psicanalista fino a quando lui si stufa del dottore e smette la cura. Studente mediocre da giovane, in difficile rapporto con il padre, Zeno è impacciato di fronte al suo stesso esistere e se ne accorge. Incontra una figura in qualche modo sostitutiva dell’autorità paterna, padre di tre figlie. Chiede in sposa la più bella, che rifiuta, chiede la seconda ma non funziona e allora sposa la terza, la più brutta. Ma l’inconscio (rieccolo) sembra avergli dettato la scelta giusta perché Augusta si rivelerà la moglie giusta, da lui amata sempre anche se poi avrà una fatigante e colpevole avventura con una amante bella e povera, Carla. Un esempio di gaffe mossa dall’incoscio : quando muore il cognato (che a propria insaputa lui detesta), non riesce a partecipare al suo funerale perché si è accodato per errore al funerale sbagliato, rivelando dunque il suo nascosto odio. Alla fine Zeno Cosini riuscirà forse a farcela perché a differenza di chi si ritiene sano e normale e non sa, appunto, che « la vita è una malattia mortale », lui è ben consapevole del suo male e dunque è sempre teso a una possibile via di scampo. Stilisticamente Svevo è preciso, distaccato come un entomologo che studia l’insetto umano. La sua è una bravura fredda, di uno che fruga nell’esistenza di un uomo non debitamente attrezzato per l’umano enigma del vivere.

Autore dell'articolo: VN